Arte sopraffammi!

05Ago07

Pare che l’uomo, per vivere una serena e rassicurante esistenza, abbia bisogno di riscaldarsi con il fuoco fatuo delle tradizioni. Le tradizioni sono sicurezze a cui tenersi. E nessuno ha voglia di una vita improvvisata.Solo gli artisti dicono di volerla, ma la fame di sregolatezza diventa la nuova regola e la nuova tradizione.E si torna a capo.Ed è con questa coscienza e questo spirito che ho deciso di andare alla Biennale di Venezia.Perché è la mia tradizione, perché l’arte è bella e, sotto sotto, anche perché se racconti che sei andato alla Biennale acquisisci subito punti extra nella conversazione con il tuo prossimo.[La prima volta alla biennale fu a 16 o 17 anni. Beata innocenza. La purezza di spirito dell’adolescente: sindrome di Stendhal a ogni opera, Stazione  F.S. – Arsenale – Giardini andata e ritorno a piedi, perdersi, credere di morire e di diventare mangime per piccioni.]Quest’anno le critiche sull’evento erano state pesantemente negative, da Sgarbi a mio fratello tutti mi avevano avvertito di evitare la fatica. Ma i loro consigli hanno sortito lo stesso effetto di un invito a non festeggiare Capodanno, le tradizioni sono tradizioni, eddai.Così alle otto di mattina, con un occhio chiuso e l’altro morto, l’ultimo Harry Potter in mano e i panini nello zaino, sono partito alla volta di Venezia. Elettrizzato come può essere elettrizzata una persona che ha dormito solo tre ore la notte precedente.Fiducioso, però, nella sensazione, che sarebbe venuta dopo, di annegare nel sublime. Arte sopraffammi!  insomma.Vaporetto, 8 euro alla cassa, ancora pochi metri e c’ero.Così è iniziata una progressiva discesa nell’emozione. Non quella che ci si aspetterebbe da un’esposizione di una certa importanza, però, ma quella di essere stati presi in giro.Come comprare uno Zippo da un marocchino all’angolo e accorgersi che non funziona mentre tenti di accendere la sigaretta dopo il caffè.Quasi tutto era evitabile, poco salvabile, pochissimo appena interessante. La media, quindi, era una pastosa noia e una fastidiosa sensazione di (stra)visto.I questo lo sapevo fare anche io e i cazzata pazzesca si sprecavano nella triste percezione che nemmeno l’arte avesse molto da aggiungere a quello che era già stato detto. E, se questo lo si sapeva già, ora si faceva spazio anche la convinzione che anche nelle ripetizione di temi precedenti gli artisti avessero perso la fantasia e la voglia di stupire, che sono fondamentali ai fini di un’opera apprezzabile, oserei dire.[Se ai tempi del Mantegna un Cristo morto ritratto con prospettive ardite stimolava bisbiglii incontrollati, al giorno d’oggi un Crocifisso con le sembianze di un caccia (guarda caso americano) è solo l’ennesima, tiepida, provocazione. Dal messaggio ambiguo, tra l’altro. Il Salvatore e il caccia insieme… cosa vogliono dirmi? Vogliono dirmi qualcosa veramente? Sono scemo io o è scemo lo scultore?]Forse non c’è più abbastanza sofferenza vera per creare arte valida. O forse quello che manca è l’autenticità delle emozioni in un’epoca di omologazione, convenzione, abitudine, assuefazione.L’artista, in fondo, recita perfettamente la sua parte nella società delle maschere. L’importante è l’essere=apparire artisti, mentre le opere fanno da corollario alla teoria, data per certa, che chiunque lo voglia possa diventare artista per un processo di autoconvincimento; così, l’artista, vero o presunto che sia, accettato dalla società si accetta a sua volta e si addormenta.Con buona pace delle opere capaci di offendere/far piangere/far ridere/creare dibattito.Mi chiedo che differenza ci sia tra un artista da Biennale e un Madonnaro da fiera a questo punto se l’opera serve solo a sottolineare lo status del suo creatore.La Biennale, quindi, con le sue provocazioni fini a se stesse incapaci di smuovere le coscienze, emozionare o stimolare una discussione è qualcosa, almeno per questa volta, di perdibile.E se uno proprio non riesce ad evitare (per tradizione, presumo) il pellegrinaggio verso l’Arsenale tenga presente che gli unici bagliori di arte ruvida e graffiante che lo aspetteranno, guarda un po’ il caso, arrivano da dove non te l’aspetteresti: dall’Africa, da certi paesi asiatici e da artisti emergenti americani ancora non fagocitati dal Big Show. E dall’Europa, quella dell’Est.Per il resto è un enorme elettrocardiogramma piatto di artisti tronfi che sfondano fieri e orgogliosi porte aperte.Un po’ come ho fatto io con questo post, perché, diciamoci la verità, di un altro profano totale che si mettesse a pontificare sulla figura dell’artista non ce n’era proprio bisogno.



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