Mandi Toni

28Gen08

Mio nonno è morto per la prima volta quando era un piccolo, affamato, bambino di dieci anni. Dev’essere successo nei primi anni ’30, anno più anno meno, il tempo in cui canticchiava Giovinezza col suo pessimo accento e la divisa nera da giovane Balilla.

Era andato col suo fratellino più piccolo a rubare ciliegie da un albero abbastanza distante dal paesino di montagna dove viveva, lui si arrampicava sui rami e il fratello faceva il palo. Il giovane nonno non era di sicuro uno che aveva paura, comunque, anzi, era un giovane nonno temerario e scalava i ciliegi con la leggerezza di un gatto trapezista.

Mentre il giovane nonno afferrava dei frutti dai rami più alti, però, al fratellino sembrò di aver sentito un rumore. Lui, però, a differenza del giovane nonno, era un esserino paurosetto e percependo il pericolo urlò al fratello più vecchio di scendere, ché il contadino proprietario del ciliegio li avrebbe ammazzati se li avesse scoperti.

Scendi! Scendi!

E il giovane nonno, preso dalla fretta, allungo di corsa il braccio per accaparrarsi le ultime ciliegie prima di scappare. Bastò un momento, una distrazione. Il ramo si spezzo sotto l’esile giovane nonno che cadde per diversi metri prima di sbattere la testa contro una roccia sporgente.

Il fratellino rimase impietrito vedendo il giovane nonno prima cadere e poi rimanere immobile sull’erba. Cercò di svegliarlo, per un attimo, ma poi, preso dal terrore per il contadino che [non] stava per arrivare, si mise a correre.

Tanto ormai il giovane nonno era morto.

Il fratellino arrivò a casa, mangiò col resto della numerosa famiglia, la solita polenta immagino, e si sentì sollevato una volta resosi conto che nessuno aveva notato la mancanza del giovane nonno. Così si mise a letto, probabilmente pulì la sua piccola coscienza di bambino recitando una preghierina in onore al defunto fratello-ladruncolo, e poi si addormentò.

Nel frattempo il giovane nonno continuava ad essere morto ai piedi del ciliegio. E sarebbe rimasto tale ancora per un bel po’.

Il giorno dopo, era mezzogiorno passato e il sole era già luminoso e alto in cielo, il giovane nonno smise di essere morto, contro ogni previsione. Si risvegliò con un forte mal di testa, una schiena dolorante poco consona a un bambino della sua età, una gran confusione nella mente e delle carcasse di ciliegia in mano.

In breve realizzò di non essere un cadavere e, affamatissimo, si diresse verso casa. Camminò per molti chilometri. E alla fine arrivò.

Nessuno si era accorto della sua morte. Anche il fratellino, di sicuro molto sorpreso dall’arrivo del giovane nonno, fece finta di nulla.

Nessuno parlò più della vicenda per tanti anni.

Un decennio dopo, anno più anno meno, il giovane nonno era un po’ meno giovane, ma ancora esile, affamato e coraggioso. Aveva solo diciannove anni quando decisero che sarebbe diventato un soldato del glorioso Regno d’Italia. Per Mussolini, per il Re, per la Patria.

Lo piazzarono, poco lontano dal suo paese natale, a presidiare il confine infestato dai partigiani slavi. Una situazione condita da pessima ironia in quanto era slavo anche lui, ma così fu deciso e gli ordini non vengono discussi dai giovani nonni responsabili.

E fu durante un turno di guardia, mentre la Luna non splendeva e nei boschi era tutto buio e silenzioso, che il giovane nonno sentì un rumore provenire dagli alberi più lontani.

Passarono pochi secondi, un brevissimo istante in cui il giovane nonno probabilmente ebbe solo il tempo di ipotizzare cos’era stato a provocare quel rumore distante, e qualcuno sparò.

Uno di quei partigiani aveva premuto il grilletto, il proiettile aveva trapassato il petto del giovane nonno, così era caduto a terra con un polmone perforato da parte a parte.

Tutto sarebbe tornato a tacere nello stesso lasso di tempo in cui era iniziato.

Il giovane nonno era morto, di nuovo.

I suoi compagni di sventura non si preoccuparono di recuperare il cadavere. Il suo superiore l’aveva dichiarato deceduto in pochi minuti. Ma il giovane nonno sentiva tutto.

Quando il sole tornò a illuminare i boschi tetri e umidi del confine il corpo del giovane nonno fu spostato sulla camionetta militare dal lago di sangue e foglie secche dove era rimasto per tutta la notte.

Erano tempi duri e anche se trasportato all’ospedale militare nessuno si prese cura del giovane nonno. Per otto giorni il poverino avrebbe sanguinato, sarebbe morto e tornato in vita per infinite volte.

Un medico alla fine si premurò di aspirare il sangue che ormai inondava i suoi polmoni. Seguirono altre cure distratte. Poi fu l’Armistizio.

E così il giovane nonno confuso e ferito si ritrovò fuori dall’ospedale. Decise che era ora di tornare a casa. A piedi. E questa volta i chilometri sarebbero stati veramente tanti.

In seguito il giovane nonno si sarebbe unito a coloro che lo avevano ucciso. La guerra sarebbe finita qualche anno dopo.

Dopodiché il giovane nonno sarebbe andato in Francia a lavorare nelle miniere di carbone, per poi tornare qualche anno dopo, forse meno affamato ed esile, per sposare la giovane nonna.

E una volta sposato avrebbe finito di essere un giovane nonno, e, soprattutto, smesso di morire più spesso del resto della gente.

Per sessanta anni. Anno più, anno meno, non sarebbe più morto.

Fino a ieri, quando ha deciso di rifarlo.

Si, morire, intendo. Questa volta per sempre, suppongo.

E mi dispiace. Mi dispiace di non averlo mai conosciuto veramente.

Di lui sapevo solo che era un uomo coriaceo, duro come un diamante, a volte feroce.

Sapevo che una volta mi aveva inseguito con una forca in mano per punirmi per non so quale dispetto. Sapevo che spesso e volentieri si obbligava ad estenuanti scioperi della fame per stupide permalosità coniugali. Sapevo che non salutava e che il contatto fisico lo metteva a disagio. Sapevo che non parlava mai e che mangiava pochissimo.

Ma sapevo anche che era l’uomo che avevo scoperto farsi le coccole con la nonna quando ormai non era più giovane da decenni, era quello che saltellava e appendeva Iris viola fuori dal portone e dalle finestre quando è nato mio fratello. Sapevo che indossava sempre un basco nero e che mia nonna lo chiamava Antoine dai tempi in cui era stato in Francia.

Sapevo che le uniche frasi che avrei scambiato con lui sarebbero state Buon Natale, Buon Anno e Buona Pasqua. Non sapevo quand’era il suo compleanno.

Sapevo molto poco per fortuna o purtroppo. Questo è sicuro.

Ciao ciao nonno Toni.



13 Responses to “Mandi Toni”

  1. Che bell’addio che gli hai regalato🙂
    Mi unisco al saluto..

  2. davvero un post molto bello! Da te non me l’aspettavo😉 Ti confesso che mi hai commossa🙂

  3. questo week end sono stati 2 anni che il mio giovane nonno è morto. …e un po’ l’ho ritrovato qui…

    un abbraccio

  4. Particolarissimo questo racconto, con un ordito narrativo accattivante che sprona il lettore ad andare fino in fondo.La forma, sciolta e scorrevole, consente una lettura veloce e piacevole, ma con un significante profondo e tristemente vero.Complimenti.Carmen

  5. Anche il mio amato nonno è scomparso il 27 gennaio di quattro anni fa. Ti sono vicina.
    Ciao nonno Toni

  6. 6 kiara87

    tanto commossa….:'(

  7. è uno dei post più belli che abbia mai letto…

    tuo nonno sarebbe sicuramente fiero di te!!

    mi dispiace tanto…

  8. Ciao nonno Toni:)

  9. Ciò che hai scritto è veramente veramente bello. Complimenti. Ciao nonno Toni!🙂

  10. 10 SundayLover

    Bel post Gianl! Ciao nonno Toni!!!

  11. Grande, nonno Toni. O Antoine.
    Coriaceo doveva esserlo di sicuro, da quel che racconti.
    Adieu, nonno.

  12. Davvero bello🙂

  13. A volte il bello dei nonni non è l’affetto, la presenza, ma è semplicemente il fatto che incarnano un passato speciale, unico, privato. Tuo nonno lo reincarnava, direi. Infatti aldilà del rapporto con una persona anziana, che può avere mille espressioni e sfaccettature, ti ha regalato una storia fantastica e sono sicura che basta questo a farlo sentire parte di te.


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